Waiting for Jindong

by Maffo17

Tanto tuonò che piovve. Al termine di 70 giorni (riferimento biblico?) in cui l’Inter non ha saputo offrire una sola prestazione convincente, inanellando solamente pareggi, sconfitte, e una rocambolesca vittoria in 11 contro 9 con il Bologna, lasciandosi dietro chiacchiere romane, mercati pastorili e, ahimè, anche l’ultimo piazzamento utile per la Champions League, Walter Sabatini ha deciso di rilasciare alcune dichiarazioni all’ANSA, la principale agenzia di notizie italiana.

Per prima cosa si può sottolineare la scelta di non privilegiare questa o quella testata giornalistica, rivolgendosi invece direttamente a chi le notizie le raccoglie per professione. Questo è un aspetto importante, che sottende all’assenza di un rapporto clientelare, dove lo scambio di soffiate e dichiarazioni esclusive pone il professionista, quale che sia, al riparo da critiche a mezzo stampa. Le parole di Sabatini invece sono state raccolte da un vettore neutro e successivamente affidate all’interpretazioni di giornalisti e tifosi, scatenando un dibattito che merita qualche attenzione in più.

Il discorso di Sabatini si apre con una prima, potentissima bordata: “Prendersela con Suning è sbagliato o quantomeno ingeneroso perché, paletti del FFP a parte, non ha mai condizionato le nostre scelte”. Fine di tutti gli scenari “manca l’ok di Suning”, “da Nanchino hanno detto no”, “era tutto fatto per Pastore ma poi è intervenuto uno stop”. Pop. Avete sentito? Era la bolla di sapone delle seghe mentali sul barbonesimo cinese che scoppiava. C’è un utente –Hajduk– che ripete a piè sospinto la seguente affermazione: Suning mette un budget, sta ai direttori usare questo budget per le proprie spese. È uno scenario che alla luce dei fatti risulta assolutamente credibile, ulteriormente rafforzato da quanto segue: “La responsabilità esclusiva dei risultati della squadra è dei professionisti che hanno operato”. Quanto ci piace, dopo anni di Morattismo, l’idea di un Presidente che guarda le VHS di un campione, se ne innamora, apre il blocchetto degli assegni e ci regala un sogno. Ci sono almeno due elementi che ci fanno sapere quanto questa visione sia fuori tempo massimo: VHS (anni ’90, dunque) e blocchetto degli assegni (alcune squadre, anche vicine a noi, preferiscono affidarsi a fondi d’investimento più o meno trasparenti per coprire le proprie finanze). Suning invece mette il grano, poco o tanto che sia, e lascia che a lavorare (e a gestire il problema FFP) siano i professionisti. In ordine gerarchico inverso: Spalletti, Ausilio, Sabatini. Se c’è qualcuno a cui chiedere risposte, sono loro.

Ed ecco che le risposte (alcune almeno) dal settore tecnico dell’Inter finalmente arrivano, per la prima volta, da quando furono annunciate per bocca di Marco Branca nel 2012 (la famosa conferenza di fine anno, mai tenuta): “Ho una quota rilevante di responsabilità perché ho condiviso, ispirato e incentivato le scelte che sono state fatte a partire da quella dell’allenatore, che rimane il migliore in ogni caso”. Fermiamoci qui, perché di carne al fuoco ce n’è davvero tanta. Bisogna per prima cosa sgombrare il campo dai dubbi: quale che sia la paternità della segnalazione, ciascuna scelta di mercato dell’Inter nell’ultimo anno è riconducibile a Sabatini E Ausilio. Si potrebbero citare ad esempio gli Atti degli Apostoli, in cui i primi cristiani si dividevano tra seguaci di Pietro, di Paolo, di Apollo, ebrei o gentili, salvo poi venire inesorabilmente ricondotti a unità da Paolo stesso, vero leader e maître à penser della nuova religione. La stessa reductio ad unum vale per quanti giocano nell’Inter: sono qua perché Ausilio e Sabatini li hanno voluti. Dalbert, Skriniar, Cancelo, Vecino, Borja, Karamoh, Lichilopez, Rafinha sono tutti figli loro, forti e scarsi.

Spalletti, da questo punto di vista, non fa eccezione. Tutti ricordiamo le manfrine della scorsa estate su Conte e Pochettino, ma alla fine si è approdati al nome di Spalletti, con il placet condiviso di tutti. È chiaro che di tutte le scelte che seguiranno, quella del tecnico è la prima, sia cronologicamente sia per importanza. Il passaggio sul tecnico di Certaldo rimane però controverso: si tratta di una difesa o di un atto d’accusa? Contravvenendo ad Aristotele e al suo principio di non contraddizione, entrambe le cose. Paco e TLC hanno argutamente dato vita in un vivace scambio dialettico ad almeno 4 scenari: Spalletti torna a vincere e convincere qualificandosi in Champions League, Spalletti affonda, nuovo tecnico e Champions League, Spalletti affonda ma rimane in panchina fino alla fine, Spalletti affonda, nuovo tecnico ma comunque niente Champions. Ribadire che Spalletti sia la migliore scelta possibile significa inchiodarlo alle proprie responsabilità, chiamarlo a recuperare la lucidità e lo spirito battagliero dei suoi primi giorni in nerazzurro, quando rivendicava con orgoglio la scelta di lasciare una Roma comunque in Champions League (“io ho lasciato la Champions per venire qua, e voi me la dovete ridare”). Al tempo stesso, se vi fosse un avvicendamento, definire Spalletti il migliore allontanerebbe le pressioni dal nuovo arrivato, che in ogni caso difficilmente avrebbe un orizzonte temporale più lontano del mese di giugno. Se le scelte migliori non arrivano a durare un anno, infatti, cosa si potrà dire di quelle peggiori, prese in piena emergenza e crisi di risultati?

Quello che però a mio avviso rimane il vero destinatario del messaggio legato a Spalletti prima scelta non è l’allenatore toscano, bensì Piero Ausilio, collaboratore di Sabatini e direttore tecnico dell’Inter, di sicuro avvezzo agli avvicendamenti in panchina. Cambiare allenatore è una sconfitta. Può dare una scossa, un’imprevedibilità, un momento di volo, ma poi la realtà torna a chiedere il proprio prezzo. Come quando sei a scuola, copi un esercizio e ti senti un Dio, ma poi il prof si accorge che hai lasciato i bigliettini nella verifica e ti presenta il conto inesorabile. Cambiare allenatore è una scorciatoia, lecita, ma che alla lunga non paga. Sconfessare l’operato dell’allenatore, liquidare le responsabilità su di lui come fosse una bad company, significa mandare per aria tutto il lavoro condiviso. Perché si condividono tanto le lodi come le critiche, anche se qualcuno da queste ultime sembra sempre, chissà perché, immune.

Ecco perché non è casuale il riferimento immediatamente successivo al redde rationem di Nanchino, che cerca ulteriore legittimazione nella stessa invocazione al popolo interista, troppo spesso trattato dalla società nerazzurra come convidado de piedra, ignobilmente preso in giro eppure costantemente presente con il suo amore e la sua folle passione allo stadio e su internet.

“Dobbiamo capire quali sono le priorità, le cose sensibili su cui intervenire, accantonare prosa ridondante e divagazioni varie”. Prosa ridondante. Quante volte abbiamo sentito i protagonisti dell’Inter ripetere le stesse frasi vuote? Che bello l’impegno dei giocatori, la convinzione, la disponibilità all’allenamento, siamo virtualmente in Champions, abbiamo una rosa difficilmente migliorabile. Divagazioni varie. È possibile affrontare un campionato con gente che ogni 2 settimane parla di rinnovi magistrali, che si sofferma continuamente su esperienze passate, che soffia alla stampa mirabolanti (si fa per dire) acquisti di mercato futuri, che pensa alla stagione successiva o al mondiale? No. Non si può lavorare così. Per questo si rende necessaria una sintesi, che non tralascia nessuno degli ambiti chiave della vita di una squadra: lo spogliatoio, il campo, la sala stampa, gli uffici della sede. L’esame è per tutti, l’esame è ovunque.

Come ai tempi del Domesday Book, Sabatini osserva, registra e valuta, ben sapendo di essere oggetto di valutazione egli stesso, perché parte di quello che è oggi l’Inter è anche opera sua. Da qui, dal peccato originale di aver acconsentito a mantenere indisturbata una simile accozzaglia di perdenti nasce il monito più paternalistico, e più sorvolato finora nelle discussioni: la fine delle scuse legate a impegno e sacrificio. Fine delle candide ammissioni “Abbiamo mollato”; “Non crediamo più in noi stessi” che i giocatori hanno affastellato per giustificato le proprie vergogne. Chi la pensa così, semplicemente, non è un giocatore che può stare nell’Inter, anche se fa 5000 cross a partita, anche se a detta di alcuni “il suo lo fa sempre”.

Questa Inter che non raggiunge il suo obiettivo è al 100% responsabilità di Sabatini, così come è al 100% responsabilità di Ausilio, di Spalletti e dei giocatori. Solo uno di loro però è autorizzato a presentare al proprio signore il Domesday Book, e quando l’Apocalisse arriverà sulla terra, solo chi sarà segnato sul libro si potrà salvare.

 

23/02/2018 Categories: InterInDeep Libero pensiero
©dopolavorointer.com
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