Vette e abissi

by Mister X 

Tifare in qualsiasi sport è un’emozione irrazionale che regala gioie assolute di attimi e sofferenze più costanti, che siano delusioni per un risultato o ansie per un risultato che sfugge.

Questa settimana abbiamo visto entrambi, in due eventi lontani per obbiettivi e palcoscenico ma vicini nel cuore dei tifosi interisti.

Diffidate da chi cerca di "indirizzare" il vostro tifo, di instillarvi una retorica da “prima gli italiani” anche sul rettangolo verde, il tifo è sempre fuori dalle logiche opportuniste e di patriottismo. Un interista non potrà mai tifare Juventus, mai a nessuna condizione, è una realtà, un riflesso condizionato troppo radicato da anni di rivalità dentro e fuori dal campo. In quella che è la parte sana del tifo, del calcio visto come sport, questo è un semplice dato di fatto, che vale per tutti: lo sfottò e le prese in giro sono parte del sostenere la propria squadra. Vedere il rivale fallire una finale è bello perché puoi scherzarci anche se la tua squadra è fuori dai giochi. Viceversa, esultare per un trofeo è anche poterlo sbattere in faccia a rivali e detrattori.

Uno juventino vestito da bavarese quel 22 maggio 2010 è normale quanto un interista madrileno il 3 giugno scorso.

C è però una parte malata nel tifo, di quelli che portano una partita di calcio come centro assoluto della loro esistenza a tal punto da dover difendere la propria società in maniera becera e animalesca, di quelli che gli 11 con la maglia giusta sono infallibili e gli altri, tifosi inclusi, sono subumani.

Si arriva all’assurdo di considerare la Juve la squadra più defraudata della storia, di elevare a idoli chi parla di violenza e di spaccare la faccia all’arbitro, di minacciare o insultare bandiere leggendarie che hanno cercato di essere non imparziali ma un minimo pacate nei toni. Dopo Madrid, c’è una parte del tifo bianconero che accetta solo la reazione violenta e la bava alla bocca, e la vera "colpa" di Buffon e Chiellini è aver esaltato e dato una bandiera a questo tifo, lo stesso che augura il peggio a un loro amico e compagno per aver cambiato casacca.

Chissà se Gigi e il suo Chiello hanno mai pensato che gli stessi che li idolatrano per il loro comportamento e le reazioni al Bernabeu, sono quelli che augurano un cancro al figlio del "loro Leo".

Io amo l’Inter ma mi vergogno del far west di Cordoba e Burdisso, dei motorini, dei fumogeni a Dida e di altri episodi fortunatamente poco numerosi. Mi verrebbe difficile idolatrare un Totti, che spesso ha fatto dichiarazioni da tifoso, ma poi in campo ha agito spesso da tifoso violento e antisportivo piuttosto che da campione.

Tutto questo per dire che molte volte va trovato il nocciolo della questione piuttosto che schiumare da un lato o dall’altro. Diciamo la verità. Le dichiarazioni di Buffon sono giuste.

Semplicemente non sono dichiarazioni da calciatore, da capitano e da sportivo. Sono dichiarazioni di tifoso, tifoso della Juve e di Buffon, che è il primo tifoso di sé stesso come tutti i grandi campioni.

Oggettivamente la Juve ha compiuto un’impresa, ci ha creduto e ha dato tutto. La storia di una rimonta leggendaria, la logica del “vinca il migliore”, del giochiamocela fino in fondo avrebbe voluto sì che si andasse ai supplementari. Anche perdendo la Juve avrebbe fatto la storia, Buffon stesso avrebbe lottato fino all’ultimo e raccontato di quella volta che ha parato tutto e portato la squadra fino all’ultimo. Avrebbe magari perso ai rigori ma dimostrato che il divario di Cardiff non esisteva più. Chissà magari avrebbe giocato un altro anno.

Per rovinare questa storia, questo bel racconto, serviva una persona chiamata a ignorare la retorica, la rimonta, la leggenda, la carriera, il minuto o il racconto. Una persona che guarda solo il contatto e decide se è rigore o no. Una persona che sente gli insulti di un capitano 40enne e lo espelle.

Serviva un arbitro.

Michael Oliver, la persona, ha un cuore. Magari gli spiace per la rimonta mancata o per la carriera di Buffon.

Michael Oliver l’arbitro, è un professionista e un robot. Ha deciso in base alla realtà ignorando tutto. Come i migliori arbitri. Come spesso non accade in Italia.

I migliori sono spesso cosi, umani ma robotici quando si tratta di lavoro o di professione. Il parallelo evidente è con CR7, un giocatore che nel momento del rigore ha pensato solo a segnare. Poi ha abbracciato Buffon, magari si è dispiaciuto per la carriera e il campione, ma in campo è just business.

Quindi si, capisco Buffon, e ha ragione. L’arbitro non ha avuto epica cuore e sensibilità. Non ha pensato a nulla.

É stato imparziale. Ha fatto il suo lavoro, ma è un problema solo per Buffon, per la sua carriera e per la leggenda. Ma il bello del calcio è questo, a volte esistono storie bellissime che finiscono come vorremmo noi, a volte no.

Spiace perché tutto il teatro ha, di nuovo, tolto l’attenzione a quella che è la vera lezione per la Juventus. L’incapacità del suo tecnico di modificare lo spartito, oggettivamente perfetto, preparato alla vigilia. Allegri ha preparato un capolavoro di efficacia ma ha fallito nel momento in cui doveva cambiare il piano. Segnare il 3-0 nel finale e poi il quarto nei supplementari con forze fresche era il piano della vigilia, ma se il terzo gol arriva con mezz’ora di anticipo, devi provarci e inserire i rinforzi per chiuderla nei 90'. Si è affidato a un fortino per gli ultimi 20 minuti fatto di gente che non ne aveva più. E quando sei stanco e poco lucido un errore lo fai, e se trovi chi ha un bidone al posto del cuore, un bravo arbitro, lo paghi.

E l’Inter? Come la nostra settimana da tifosi, anche questo articolo passa dallo spettacolo europeo della Champions decisa agli ultimi secondi, a un piccolo soffio, uno zero a zero in campionato loffio insapore e che ci lascia frustrati e arrabbiati. Ed è normale, stanchi scoraggiati e stufi di parlare di Champions per non giocarla, di discutere di Liverpool, Real, Bayern per poi impattare con l’Atalanta.

E finché la rabbia è per la volontà di lottare per altri obbiettivi ci sta. Ma, ricollegandomi all’inizio, il tifo deve essere un po’ di pancia, un po’ irrazionale. Ogni domenica dire che non segniamo, che giochiamo poco e male, che squadre più in forma ci mettono sotto…magari è vero ma a che serve?

Insultare un allenatore perché non fa questa o quella mossa, che noi da casa sappiamo essere quella giusta, ovviamente senza sapere nulla di giocatori, dei piccoli fastidi che possono avere, di allenamenti…a che serve?

La nostra frustrazione è la frustrazione di Rafinha, che vorrebbe poter fare di più, aiutarci a vincere sempre ma viene sostituito perché troppo stanco. Quanto sarebbe bello se Icardi segnasse anche da infortunato? Se Rafinha rimanesse fermo per venti minuti ma camminando fino all’area si trovasse al punto giusto per segnare al 90'? Spalletti ha anche lui l'immondizia al posto del cuore?

La realtà è che la squadra sta lottando contro sé stessa, contro le proprie mancanze, perché ce la vuole fare.

Oggi saremo quarti o comunque a un punto. E abbiamo ancora in mano il nostro destino, arrivare quarti o meno dipende solo dai nostri risultati.

Lottare per il quarto posto forse non è da Inter. Ma crederci fino all’ultimo sì.

15/04/2018 Categories: Commenti post-partita InterInDeep
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