Musica nuova ad Appiano - Marcelo Bielsa

di Acutangolo

Eterni orfani del Vate di Setubàl, che ancora vediamo con il magone salire nella lugubre Mercedes nera che lo porterà senza troppa fortuna alla corte di Florentino Perèz, proviamo a dare un nome al futuro inquilino della panchina di Appiano Gentile, sicuri che Walter Mazzarri, nonostante le smentite di rito del Presidente Thohir, a Giugno saluterà tutti per tornare nella sua San Vincenzo.

Oggi parliamo di:

MARCELO BIELSA

 

Nome:  Marcelo Alberto Bielsa Caldera

Luogo e data di nascita: Rosario, 21 luglio 1955

Nazionalità: Argentina

Allenatore da: 1 gennaio 1992

Scout: 43,65% V – 24,86% N – 31,49% P

Club di appartenenza: svincolato

 

E’ il 14 giugno 2011. Dal Sudamerica rimbalza in Italia la notizia di una telefonata di Massimo Moratti all’ex commissario tecnico del Cile Marcelo Bielsa per sondare la sua disponibilità a guidare la squadra milanese. Si tratta di un fulmine a ciel sereno, che trova una spiegazione il giorno immediatamente successivo: Leonardo, dopo aver sostituito Rafa Benitez all’Inter, è in trattativa per tornare al Paris St. Germain.

Dirà dopo un paio di giorni Moratti: “Un gran signore. All’inizio era entusiasta di venire all’Inter. Poi sono sopraggiunti problemi anche familiari, e ha dovuto declinare. Era veramente dispiaciuto e mi ha fatto avere una lettera in cui spiegava i motivi del suo no”. Dal centro sportivo del Bilbao a  Lezama il successivo 13 luglio Bielsa invece chiarisce: “Ho rifiutato la proposta dell’Inter perché avevo già dato la parola all'Athletic Bilbao. Niente di più. Nessun paragone tra le due squadre. Quando dissi di sì all’Athletic sapevo che sarebbero potute arrivare altre offerte, e così è stato”.

Come tutti i personaggi che rilasciano un’intervista ogni lustro, attorno a Marcelo Bielsa  sono state costruite una quantità industriale di leggende. Una delle più singolari narra che a casa, un ranch a Rosario, anziché il giardino il tecnico argentino curi addirittura un campo di calcio di misura regolamentare, e che un'idea geniale sopraggiunta nella notte, figlia magari di una brutta sconfitta, lo porti spesso a convocare moglie, giardiniere, cuoco e vicini per disporli con pazienza (loro, prima che sua) sul terreno di gioco a studiare le implicazioni tattiche di quel Subbuteo in carne ed ossa.

Forse la storia è un po' troppo naìf per essere plausibile, ma spiega molto più di mille parole l’origine del suo soprannome, El Loco.

Segnalata l’originalità del nostro, la seconda cosa da sottolineare è la sua qualità professionale. Marcelo Bielsa è un allenatore grandissimo, almeno nel suo mondo, perché ottiene risultati (tre campionati argentini fra Newell's e Velez, il titolo olimpico 2004 con l'Albiceleste, la qualificazione e il brillante Mondiale 2010 col piccolo Cile) sull'onda di un calcio straordinario che fa innamorare il pubblico e prima ancora i giocatori. Non a caso un guru come Guardiola considera Bielsa il suo ispiratore tattico quasi alla pari di Cruijff: altra leggenda dice infatti che quando il Barça chiese a Guardiola di prendersi cura della prima squadra, l'attuale tecnico del Bayern sia andato fino al ranch di Rosario per avere consigli ed ispirazione-

 

La carriera

Bielsa smette  di giocare a soli venticinque anni. Entra nel Newell’s Old Boys dapprima come allenatore in seconda della Primavera, ed in seguito come osservatore. Dal primo gennaio del 1992 è l’allenatore capo dei ragazzi dei Leprosos. E’ di questa esperienza la prima pietra del muro delle leggende costruito attorno a lui. In squadra Bielsa può disporre di giocatori come Batistuta, Sensini e Balbo. Il campo di allenamento non ha un minimo di tribuna, per cui, per poter osservare meglio il gioco e lo sviluppo tattico, è solito arrampicarsi su un albero all'altezza del centrocampo con tutto il suo malloppo di foglietti e appunti. Il vento però spesso fa cadere il tutto . Con la massima naturalezza il tecnico interrompe allora la seduta per scendere dall'albero e risalire, in tutta tranquillità.

Da lì inizia una carriera che lo ha porterà anche in Messico (Atlas e América) e in Spagna (Espanyol), e qui altra “perla”.

Fa aspettare quindici minuti dietro ad una porta Arrigo Sacchi, all’epoca tecnico dell’Atletico Madrid: l’ex tecnico del Milan della Leggenda e della nazionale vice campione del mondo ad Usa ’94 desidera fare i complimenti all’allora poco conosciuto tecnico argentino per il gioco mostrato dalla sua squadra appena affrontata. Solo che Bielsa, a prescindere da chi deve incontrare, non deroga dai suoi “tempi”.

Addirittura qualche mese prima ha un acceso diverbio con l’allora tecnico della Juve Marcello Lippi quando a San Benedetto del Tronto affronta i bianconeri in un’amichevole estiva dai toni poco “amichevoli”. Per dire, Del Piero si fa espellere, stufo di subire tackle ai limiti del regolamento dagli avversari.

Ma in Catalogna ci resta solamente due mesi, per poi ritornare in Argentina, dove raggiunge lo zenit della sua carriera diventando il Selezionatore della nazionale il 6 settembre 1998, dopo il Mondiale francese. La spedizione in Corea del Sud e Giappone del Mondiale 2002 si rivelerà però una grandissima delusione, visto che l’albiceleste non supererà nemmeno la fase a gironi.

Fallito questo obbiettivo, Bielsa si prende però una parziale rivincita arrivando in finale nella Coppa America del 2004, persa contro il Brasile di Adriano, mentre nello stesso anno trionfa con la selezione Olimpica ad Atene.

Forse stanco della pressione della stampa di casa, e frustrato per i giochi di potere sotterranei alla Seleccion, il tecnico, che mai però motiverà la decisione, si dimette improvvisamente dall’incarico per impadronirsi della guida tecnica della nazionale cilena, che condurrà in maniera entusiasmante sino agli ottavi di finale del mondiale sudafricano del 2010, persi per mano del Brasile. In Cile è ormai un idolo assoluto, ma nel febbraio del 2011 lascia anche la panchina della Roja, anche questa volta senza dare alcuna spiegazione.

Il 7 luglio del 2011 diventa ufficialmente l’allenatore dell’Athletic Bilbao, e con i baschi realizza un capolavoro, trasformando un manipolo di ragazzotti poco conosciuti, Fernando Llorente a parte, in una squadra capace di incantare il continente arrivando in finale di Europa League, giocando un calcio meraviglioso e visionario. Un sogno che Radamel Falcao infrangerà regalando al Cholo Simeone il primo trofeo europeo da allenatore.

Purtroppo a fine stagione il direttivo basco vende i gioiellini Javi Martinez, Fernando Llorente e Fernando Amorebieta. Bielsa si rende conto che dovrà ricominciare quasi da capo, e probabilmente la tensione cresce.

E’ un lunedì, quando El Loco  si presenta al centro sportivo diLezama, per verificare lo stato delle opere che lui aveva chiesto alla società. “Una squadra di 300 milioni di Euro non si può allenare in un campetto che sembra un oratorio!” aveva detto dopo la sconfitta in finale di Europa League e Copa del Rey.


Il Bilbao aveva affidato i lavori di sistemazione dei campi di gioco ad una ditta esterna. Il giro di controllo fatto da Bielsa lo fa letteralmente imbufalire: attacca il  capo cantiere, che reagisce,  si continua pure dentro lo spogliatoio fino a quando l’argentino usando le mani caccia letteralmente il capo cantiere che a sua volta lo minaccia di denunciarlo in tribunale.

El Loco va a casa e dopo qualche ora di attesa per una denuncia che non arriva decide di andare lui stesso in Polizia ed autodenunciarsi!

Il giorno dopo va nella sede del suo club ed organizza in fretta e furia una conferenza stampa per spiegare ai giornalisti il suo gesto “Ho avuto una colluttazione con il capo cantiere, mi scuso pubblicamente ma ero molto arrabbiato perche ho considerato che il Club era stato truffato, i lavori non erano stati fatti bene, è vero io mi sono comportato come un uomo della selva, ma era per difendere gli interessi del Club”. A questo punto i giornalisti gli chiedono quali sono i rapporti con il club dopo l’incidente: “io sono dipendente del Bilbao ho un contratto da rispettare!” la risposta secca di Bielsa. Poi continua ancora sul fatto accaduto lunedì   ”Mi ha imbestialito il fatto che il tizio non voleva assumersi le sue responsabilità. il lavoro era fatto male, per me era una truffa al Bilbao! Io il capo cantiere non lo rispetto, lui sa benissimo che ha fatto male il suo lavoro, ed è per quello che gli ho chiesto di andare via, poi ho perso la testa e l’ho spinto, così lui ha minacciato di denunciarmi in tribunale! Non so perchè non l’abbia fatto, forse ha avuto qualche pressione dal costruttore o forse dall’Athletic Bilbaoio mi assumo le mie colpe e mi autodenuncio, voglio dare a questo uomo la possibilità di essere risarcito per il danno che io ho fatto! Mi sono comportato male, lo ammetto e devo pagare, ma anche lui dovrà poi rispondere per i lavori che ha fatto!”

Questa è la prima incrinatura del rapporto tra Bielsa e la dirigenza basca, che non prende bene l’accaduto.

I risultati della stagione successiva, come prevedibile, non sono gli stessi della stagione precedente: eliminati in Europa League nella fase a gironi, fuori al terzo turno di Copa del Rey, attardati nella Liga: Jose Urritia, il presidente del club capace di convincere Bielsa ad essere il suo primo allenatore, ne decreta la fine, sostituendolo con Ernesto Valverde.

 

Il suo gioco

Il modulo prediletto usato dal tecnico argentino è il 3-3-1-3. Ma con la difesa in linea che gioca l’uno contro uno, non quella che va di moda in Italia con il centrale staccato simil-libero.  All’Athletic Bilbao invece, viste le caratteristiche dei giocatori alternava il 4-3-3 al 4-2-3-1.

I principi di gioco generali, al di là dei numeri, sono riassumibili in cinque punti:

- DINAMISMO: la caratteristica più importante dello stile che Bielsa impone alle sue squadre. I giocatori devono correre tutti fino all'esaurimento delle forze. "Io dico sempre ai ragazzi che il calcio per noi è movimento e occupazione degli spazi. Dobbiamo sempre correre. Qualsiasi giocatore, e in ogni circostanza, trova un motivo per muoversi. Nel calcio non ci sono circostanze per cui un giocatore può stare fermo sul campo", spiegò una volta, ben prima di raggiungere Bilbao. Non ha cambiato idea. 

- MARCATURE ASFISSIANTI: Bielsa utilizza un marcatura claustrofobica in tutte le zone del campo. "Non ho mai giocato contro una squadra che possiedetanta intensità", disse Guardiola dopo la partita del Bilbao al Camp Nou. "Sono bestie", ha riconosciuto con ammirazione. Mentre per il Manchester United questa pressione soffocante fu un pessimo ricordo. I Red Devils furono completamente neutralizzati dalla presenza oppressiva messa in campo dagli uomini di Bielsa nell’ottavo di finale di Europa League. 

- POSIZIONI MOBILI: quando entra in una nuova squadra, Bielsa prova differenti moduli e valuta le caratteristiche di ciascun giocatore. Non vuole rigidi schemi: "La cosa importante è la mobilità dei calciatori." Cerca ossessivamente  duttilità ed elasticità della squadra, come è riuscito a fare a Bilbao. Il centrocampista Javi Martinez fatto diventare un portentoso difensore centrale, Muniain oscillante tra il centro e l'ala sinistra con completa libertà, Amorebieta alternato in difesa tra il centro e la sinistra, Oscar De Marcos variabile impazzita da spostare come il cavallo negli scacchi. 

- POSSESSO PALLA: "Imposto sempre la mie partita nella stessa maniera: Il modo migliore per imporsi è essere protagonisti". Anche se la squadra perde, o pareggia, il gioco deve svilupparsi secondo questa massima. In una gara esterna contro il Barca  il collettivo del "Loco" mantenne il 44,6% del possesso palla: mai nessuno era riuscito prima dei baschi in questi anni ad avere tali percentuali al Camp Nou

- MAI RISPARMIARSI:  la volontà e l’obbiettivo di tenere il pallone non deve essere mai smorzato, in nessuna circostanza. Anche quando la sua squadra in una partita non ha più alcuna speranza di strappare almeno un pareggio, deve continuare a inseguire il pallone, desiderandone il possesso per sviluppare le proprie trame di gioco secondo i principi enunciati. E’ più del rispetto per i propri tifosi e gli spettatori: è il rispetto per il gioco del calcio.

Al di là di questi principi assolutamente irrinunciabili, c’è da dire che comunque Bielsa non è un integralista, la sua personalità e la sua intelligenza in materia di tattica fanno sì che il modulo da lui adottato possa variare a seconda della situazione. Come detto il suo modulo preferito, quello che l’ha fatto conoscere alle grandi platee, è il 3-3-1-3, sistema che richiede grandissima corsa e abnegazione da parte di ogni componente della squadra.

Nell’Athletic però Bielsa ha usato il 4-2-3-1 con 3 mezze punte alle spalle del centravanti Llorente, oppure il 4-3-3 caratterizzato dalla tecnica in velocità e gli inserimenti degli esterni alti e il centravanti a raccogliere il lavoro della squadra. Gli esterni, sia offensivi che difensivi, sono la chiave del suo gioco: l’interscambiabilità fra terzini e ali è fondamentale e assicura copertura e spinta. Altro fulcro nel sistema “bielsano” è il regista davanti alla difesa: il mister in questo caso chiede al contempo filtro e tenacia per coprire i difensori, sia che essi siano 3 o 4, e visione di gioco. E’ un allenatore che punta sui giovani, dà fiducia e sa caricare in maniera incredibile la squadra. Dopo qualche mese a Bilbao i suoi ragazzi lo avrebbero seguito anche in capo al mondo.

Il suo Athletic Bilbao è stato un unicum oltre ogni immaginazione tattica. Ha fatto a pezzettini Manchester United e Schalke attaccando in otto e difendendo in due.

Più dei numeri ha potuto il modo, quell’avanzare uomini in fase d’attacco lasciando in difesa due soli giocatori. I baschi attaccavano con un 2-4-4 simile ad uno sciame d’api, una cosa impensabile che ribalta le leggi della prudenza cercando di agganciare la follia.

Contro una squadra così gli avversari non sapevano cosa fare. Se il Barcellona irretisce con decine di passaggi prima puntare alla porta, l’Athletic viaggiava dritto all’obbiettivo con una valanga di maglie a righe rosse e bianche contro marcature disperate. Non ci sono all’apparenza strategie di sorta, si prende e si va, a tutto spiano. Pensare di potersi difendere con raziocinio è impossibile.

Muniain a sinistra e Susaeta a destra allargavano il gioco a distanze impossibili da coprire e in mezzo a questo immenso vuoto si infilava Oscar de Marcos, giocatore immarcabile e non catalogabile, con un dieci sulla schiena che poteva essere benissimo un quattordici. Cosa gli dicesse di fare Bielsa è mistero da tramandare ai posteri. Il problema è che non si capiva nemmeno guardandolo quali fossero i compiti di De Marcos, né quali movimenti avrebbe fatto, né quando, né perché. Scompariva e riappariva dentro la partita, tatticamente impossibile. L’Oscar de Marcos della stagione 2011/12 è stato il capolavoro tattico del Loco, quanto più lontano dal cupo e mediocre tatticismo del calcio moderno ci sia mai stato e, forse, ci sarà.

 

Prospettive future 

Attualmente libero da vincoli contrattuali, Bielsa rappresenta la scommessa di una società che non vuole un semplice allenatore, ma cerca un catalizzatore di promesse e di emozioni. 

El Loco non allena: elabora, progetta, crea. La sua tela è il rettangolo erboso. I colori sono i calciatori. Le pennellate di colore i loro movimenti. Per questo preferisce calciatori giovani, più plasmabili e malleabili alle sue idee. 

Per Bielsa il pallone è tutto, è l’unica ragione di vita. Il suo approccio con un mestiere che sconfina nell’arte è maniacale, non lascia nulla al caso e i dettagli sono il suo pane quotidiano: pare che prima della partita con lo Schalke 04 abbia visionato più di 40 filmati di partite della formazione tedesca. 

Assomiglia a Mourinho? Può darsi. Entrambi vivono il calcio come una magnifica ossessione, uno scopo di vita. Ma sono molto diversi, non solo nella filosofia di gioco, ma anche, se non soprattutto, nei rapporti con la stampa. Il Vate è l’emblema di cosa significhi dominare la scena, conquistare la platea a parole e fare delle conferenze stampa dei veri e propri show.  El Loco è esattamente il contrario: affronta gli incontri con i giornalisti quasi come se fossero supplizi, sacrifici. E’ uno che dosa per bene le parole e non ne distribuisce a fiumi. Il suo carattere schivo è un suo marchio di fabbrica. Bielsa e Mou però alla fine hanno la stessa essenza: o li si ama o li si odia. Non hanno vie di mezzo ne’ con giocatori ne’ con nessun altro. Vivono di tattica e teoria calcistica.

Bielsa emana senza dubbio un carisma inimitabile, ma allo stesso tempo bisognerebbe capire come il suo comportamento potrebbe funzionare in Italia, dove il fiume di parole, anche senza costrutto, il tono di voce alto e le pose da Duce conquistano la stampa così come furono conquistati gli italiani molti decenni fa.

Le sue conferenze stampa invece sono l'esatto contrario, le costruisce sul fumo ma con poco arrosto ed un tono di voce spesso indistinguibile, con lo sguardo fisso sul microfono. Talvolta fa dei grandi giri di parole per dire un sì o un no ma soprattutto non è famoso per la disponibilità, anzi. La sua dichiarazione "l'inviato del Clarìn (come dire il Corriere della Sera in Italia) o de La Opinion di Pergamino (come dire Canicattì) verranno trattati allo stesso modo" rende perfettamente l'idea. Nessun giornalista ha il suo numero di cellulare  e nessuno ha mai avuto l'onore di avere un'intervista esclusiva con lui. E' un pessimo comunicatore e anche per i suoi comportamenti ha spesso avuto i media contro.

Restano, a suo favore,  i risultati e il gran gioco, un’onestà adamantina, l'eccezionale rigore sul lavoro e una serietà che è anche figlia di una timidezza di fondo.

Tornando all’aurea magica che emana, i giornalisti di Santiago sottolineavano con divertimento la presenza in Sudafrica durante i Mondiali di Michelle Bachelet, che da poco aveva concluso il suo mandato di presidente del Cile e, assieme alla figlia, si era concessa una vacanza a tifare per la Roja. Il divertimento era legato a una voce non meglio precisata che lasciava intendere ad una Bachelet molto affascinata dall’integerrimo ma galante argentino.

Una leggenda pure questa, quasi certamente. Quasi.

21/03/2014
©dopolavorointer.com
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