L'Inter senza capitani

di Lapo De Carlo

La partita più triste della recente storia nerazzurra ha visto l’Inter affrontare in un San Siro deserto, con la curva assente per protesta contro la manifesta  mancanza d’impegno, da ultima nel suo girone, a prescindere dal risultato, la modesta squadra dello Sparta Praga, prima davanti a Southampton e Hapoel Beer Sheva.  

Una partita tecnicamente scarsa e col solo intento di fare esperimenti tattici (la difesa a tre per gli amanti del brivido con Ranocchia vicino ad Andreolli e Murillo, poi Ansaldi regista), mettere minuti nelle gambe dei panchinari e far esordire il talentino Pinamonti.
Il fatto straordinario è che anche in una inutile partita di Europa League, i resti della squadra non hanno disputato il secondo tempo.

Una pedissequa attenzione tattica, una minima applicazione ai dettami tecnici e uno spettacolo che durante la partita ha mantenuto lo stesso indegno spartito.

Una squadra che nel secondo tempo ha subito  atleticamente gli avversari, scesi in campo ugualmente senza pretese.

Però ha vinto.

Di questi tempi vedere l’Inter vincere, anche se non conta nulla, ha il sapore dello zuccherino.
Prima il vantaggio, poi la ripresa in cui la squadra di Pioli si è fatta prima riprendere poi quasi superare.

Carrizo ha fatto Handanovic e ha parato il rigore.
Infine il lampo di Eder su imbeccata di Ansaldi e partita aggiudicata. 
La surrealtà di uno stadio semivuoto ha mostrato crudamente quanto in basso sia scesa l’Inter quest’anno e quanto pieno di incognite sia il futuro.
Pioli parla di processo di sfoltimento e mi chiedo quanto questo servirà alla causa. Mi chiedo ogni volta che parlo e scrivo di Inter se una società così importante, considerando la situazione che si ripete da anni, riesca a riflettere anche su aspetti esterni al rettangolo di gioco.

Non è necessario che ricordi cosa sia successo in questi mesi, non ne abbiamo bisogno anche se, a pensare che ogni singolo mese di questo 2016 è accaduto qualcosa, viene da pensar male.
Se l’Inter è decima in campionato, senza più concrete ambizioni Champions, eliminata dall’Europa League persino con un turno di anticipo in un girone di basso livello, non è colpa di una difesa a quattro o a tre.

Se i secondi tempi non vengono giocati e molti giocatori hanno l’aria sonnecchiante, non è colpa degli allenatori.

E se quegli stessi giocatori con le loro nazionali giocano meglio e con maggior profitto, probabilmente è qualcosa dentro la società, dentro l’anima del club, nel profondo della sua gestione, che non funziona.
Mandare via Jovetic, Biabiany, Felipe Melo o chi volete voi, perché una rosa di 29 giocatori è davvero eccessiva  e i giocatori non rendono secondo quanto ci si aspettava, può essere una prima soluzione.(afp)

Accorciare la rosa, puntare su un gruppo e creare identità. A oggi quello che servirebbe all’Inter sarebbe la stabilità, lo stesso allenatore per tre anni, la stessa dirigenza e non tre presidenti, uno in dissolvenza (Moratti), uno ad interim (Thohir) e quello vero (Zhang), lontano in tutti i sensi.
Spiace dirlo, ma la realtà è anche quella che se la Juventus assimila nuovi giocatori e riesce a innervare la mentalità è perché i giocatori si chiamano Buffon, Barzagli, Bonucci e Chiellini. Italiani, nazionali e dalla personalità importante. Il gruppo storico del’Inter è rappresentato da Handanovic, che ogni anno chiede la cessione, da Nagatomo, che dopo anni nel nostro Paese mastica ancora poco l’italiano, da D’Ambrosio, Ranocchia e Palacio. 

Il più giovane tra loro, Icardi, è quello che si è preso l’Inter come capitano, dopo un'estate in cui sua moglie ne trattava la cessione al Napoli. Non è una cosa normale.
La scelta del gruppo, dei giocatori su cui puntare davvero, è quella che l’Inter snobba.
Se il senso del nerazzurro verrà perseguito sempre da uomini con poco carattere e senza quei valori, l’Inter dovrà aspettare a lungo per tornare a essere quella che era.

09/12/2016 Categories: Commenti post-partita Libero pensiero
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