La Madunina

di Rouje

La pubblicità è l’anima del commercio.

Senza un’adeguata sponsorizzazione del prodotto, qualunque azienda produttrice zoppicherebbe nella fase delle vendite, destinando l’intera impresa al fallimento.

In mancanza di forti investimenti, è praticamente impossibile portare a conoscenza del grande pubblico il proprio prodotto, tanto più se lo scopo della campagna pubblicitaria non è la semplice formazione di una preferenza, ma la creazione di una vera e propria “fede”.

Ora porrò un quesito, che mi frulla in testa da un po’ di tempo, e che riguarda, in parte, l’attuale situazione socio-dirigenziale nerazzurra: è possibile innamorarsi dell’Inter a Pechino?

Sono cresciuto (e sto crescendo) con la continua presenza dei colori neri e azzurri nella mia vita.

A scuola, fin da bambino, ho imparato ad apprezzare e appoggiare la diversità, fosse essa culturale, sessuale o religiosa.

L’unica differenziazione significativa, l’unico insormontabile confine, risultava essere l’appartenenza a una squadra che non fosse l’Inter. Davvero non capivo come un bambino di otto-nove anni potesse sentirsi orgoglioso di indossare una maglia di Del Piero o di Maldini, quando poteva sceglierne una di Recoba o di Vieri.

Col passare degli anni, ho imparato ad amare lo stadio, la curva, il panzerotto al chiosco del siculo fuori San Siro, le quattro birre al baracchino dopo la partita. Le gelide serate passate a cantare a squarciagola diventano una piacevole routine, e quando qualcuno in università mi chiede il lunedì mattina “Perché oggi sei così nervoso?”, io rispondo: “Perché abbiamo pareggiato con il Chievo”.

Per riuscire a padroneggiare questa insana propensione al martirio mentale (che, a parer mio, chi non si interessa di calcio invidia segretamente), ci ho messo anni.

Inserito in un ambiente in cui si viene educati alla fede calcistica fin dall’infanzia, è naturale venire inghiottiti da tutta questa pazza frenesia.

E’ un amore che non tradisce, al massimo delude un pochino, ma torna sempre a chiedere scusa.

Per me l’Inter è il sedere freddo sui seggiolini di San Siro al venti di gennaio, una birra acida in un pub con maxischermo e sky sport, la gazzetta il lunedì mattina prima delle lezioni.

Sono ricordi indelebili e sensazioni sussurrate, appena appena percettibili nella loro semplicità, ma profondamente significative. Fanno parte di me ora, e sempre ne faranno.

Durante la partita contro la Roma di un paio di domeniche fa, due file dietro di me, c’era un ragazzo arabo, che con gli occhi pieni di stupore si guardava intorno per ammirare la vera Mecca del calcio Europeo, e ogni tanto provava anche a replicare qualche coro in un italiano stentatissimo. Voleva sentirsi parte di una splendida comunità, dalla quale era chiaramente molto affascinato, ma che lo respingeva come un’amante capricciosa.

Lui non potrà mai capire i “TRIVELA” urlati a squarciagola, appena prima di tirare il pallone nelle finestre aperte delle classi del mio liceo, durante l’ora di educazione fisica.

Non sa minimamente chi sia l’avvocato Prisco, o quale gioia vidi negli occhi di mio padre quando condannarono la Juve per i fatti di Calciopoli.

E qui si torna al tema della pubblicità: per quanto Suning possa sponsorizzare, investire, stravolgere e acquistare, riuscirà mai a vendere un pacchetto Inter, magari in pratico blisterino, in cui racchiudere emozioni e sensazioni meneghine?

Come può un ragazzo di vent’anni nato e cresciuto in Cina, sapere cosa vuol dire ascoltare la partite da una radiolina durante un matrimonio?

O sapere che sapore ha la Salamella, e se è meglio con o senza i peperoni?

Se mai Mister Zhang dovesse riuscirci, Chapeau… 

09/03/2017 Categories: Libero pensiero
©dopolavorointer.com
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