Il diritto di dilaniarsi

by Maffo

Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi

(A. Einstein)

Manca una settimana al redde rationem. La data del 30 giugno fatidico dopo la quale dovrebbero sbloccarsi i magici flussi di Suning, che attireranno a Milano campioni come se non ci fosse un domani. Lo dico da subito: non accadrà. È strano diventare un simbolo di dilanio e un profeta della negatività per quello che è semplicemente un dato di fatto. Lo ripeto ancora una volta, in caso non abbiate capito: non arriveranno campioni.

È un bene? Ovviamente no. È un male? Non lo sarebbe necessariamente, se avessimo intrapreso una discontinuità netta con il passato. Questa discontinuità però non esiste. Non esiste quando perdi Banega, centrocampista talentuoso ma con evidenti limiti caratteriali, per acquistare un Borja Valero, centrocampista meno talentuoso e con limiti fisici importanti palesati nell’ultima stagione. Non esiste quando ripeti a piè sospinto di voler valutare una rosa che ha fallito sotto tutti i punti di vista con 4 tecnici diversi. Non esiste quando, ed è il punto più importante, il direttore (minuscola voluta) che ha assemblato questa rosa piena di buchi, doppioni, mezzi giocatori, viene confermato per altri tre anni.

Ho scelto un’epigrafe abbastanza chiara a questo articolo, e vorrei si analizzassero per una volta tutti quei comportamenti iterati che arrecano danno alla nostra squadra. In primo luogo, la cronica attesa, così simile al sebastianismo portoghese, di un condottiero che ci riporti ai fasti antichi. Facciamo un passo indietro: con Mazzarri il nuovo proprietario sognava deBoer, poi è arrivato Mancini, ma qualcuno già sognava il Cholo Simeone, poi in auge soprattutto durante il periodo di deBoer, sostituito a sua volta da Pioli, che doveva fare i conti con il fantasma di Conte, che in qualche momento sembrava aleggiare sopra le spalle di Spalletti. Insomma, tutto questo tourbillon per dire che, ogni singola volta, alla realtà si preferisce la fantasia –irrealizzabile, il più delle volte.

E qui veniamo al secondo punto: le ambizioni di Suning e le capacità di realizzarle. Non metto in dubbio che Suning abbia un’amplissima disponibilità di risorse. Sarà però senz’altro un caso che, nonostante gli ingenti investimenti mirati a un rafforzamento di Inter e Jiangsu, le due squadre abbiano abbondantemente deluso le attese. Lasciando quindi intatta la fiducia nella forza economica della proprietà dobbiamo però registrare che nel caso di acquisto di un giocatore non pienamente convincente per la modica cifra di 50 milioni di euro, non sarà la spesa sostenuta a conferirgli velleità da top player, né eventuali faraoniche presentazioni.

Terzo punto: la capacità di raggiungere l’obiettivo. Credo che sia fondamentale per la definizione di successo la capacità di porsi un obiettivo e conseguirlo. Pur non essendo un guru di mercato o uno dei tanti insider del web credo si possa dire come il grande obiettivo di Suning della scorsa estate fosse Gabriel Jesus. Obiettivo fallito, non l’unico, per altro. Questo dimostra che a volte avere buone idee non basta, avere tanti soldi non basta; serve muoversi con il giusto tempismo. Il tramontare di tante trattative ben avviate, legate al traumatico avvicendarsi di Sabatini e Ausilio (che poi, avvicendarsi: diciamo un affiancamento più che altro) dimostra che questo tempismo non è proprio nelle corde della proprietà cinese. Certo, i soldi fanno miracoli, ma a fine giornata non bisogna stupirsi se il fruttivendolo avrà l’insalata avvizzita.

Quarto punto: lo sfruttamento delle risorse interne. Ognuno di noi ha i propri giocatori preferiti, ma a fronte di una stagione ampiamente al di sotto delle attese è insolito notare come la gestione di certi giocatori sia stata quantomeno insolita e peculiare: si passa dai titolari a striscia (le epopee di Santon, Nagatomo e Ansaldi) agli highlander, insostituibili sempre e comunque (Candreva e Icardi); dagli emarginati (Joao Mario, Gabigol) agli autosospesi (Miranda, Murillo); dai cavalli di ritorno (Medel, Banega) ai pony regalati (Miangue). Una continua messa in discussione di punti che potevano essere confermati; una continua conferma di chi magari necessitava di passare un sano periodo di riflessione in panchina.

Quinto punto (a mo’ di autodifesa): il mercato degli altri. Spalletti stesso l’ha detto nell’intervista. Non si tratta di risalire una o due posizioni. Il vero problema sono i punti. 8 partite (perse) di differenza sono un’enormità. È per questo che la rosa ha bisogno di ben altro che di un cambio di mentalità nello spogliatoio. Servono altri punti di riferimento, altri piedi, altra testa, altra velocità. Noi incominciamo da Borja Valero. Magari più avanti troveremo di meglio, ma è come cominciare una partita di Jenga mettendo la nostra barretta in verticale. La voglia di complicare assurdamente il gioco nella fretta di arrivare più in alto nel breve tempo possibile.

Lo ripeto, e so che non mi crederete: non sono dilaniato. Ma lasciatemi dire che chi gioca a Jenga all’Inter ha imparato ben poco dalle ultime partite.

 

23/06/2017 Categories: Libero pensiero
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