Il dirigente fantasma

by Mister X

Siamo nelle fasi finali della stagione ed è quantomeno buffo rendersi conto che le cose che si dicono sull’Inter sono le stesse di novembre, le stesse identiche con significati diversi.

Ricordate l’inizio del campionato? Si parlava di Inter tignosa, che faceva risultato ma che aveva un delicato equilibrio, solo un 11 titolare con zero riserve spendibili e un centrocampista tecnico dalla limitata autonomia.

C'era l’apporto di Borja Valero, l’unico centrocampista tecnico che però crollava intorno al 70' costringendo la squadra a finali nervosi con fortino annesso. C'era il problema del terzino, con Nagatomo, Santon e Dalbert punti deboli. Soprattutto c’era il fatto di avere 11 titolari e zero riserve, perché i sostituti Brozo, Joao Mario, Ranocchia ed Eder erano pessimi.

Oggi mancano 6 giornate alla fine, l'Inter gioca bene, riesce a non perdere con le grandi e a schiantare agevolmente le piccole senza patemi nel finale. Parliamo di una squadra diversissima da quella di inizio anno, di cui però si dicono le stesse cose. Rafinha è il centrocampista più tecnico, un upgrade rispetto a Borja Valero, ma ancora c’è il problema della tenuta atletica. Cancelo ha portato tecnica e corsa, Brozovic ha svoltato nella nuova posizione e ora è titolare fisso.

Però con una squadra diversa e un gioco diverso, siamo arrivati alla stessa conclusione: l'11 titolare è imprescindibile, la mancanza del solo Brozovic con l’Atalanta ha portato, grazie anche a errori di Spalletti, un declino totale di tutta la squadra, finendo per rendere la gara una fotocopia delle peggiori dell’andata, in cui magari si faceva un gol e poi era una sofferenza continua e miracoli di Handanovic fino al 90'.

Nel corso dell’anno abbiamo rimpastato i 16 giocatori disponibili e trasformato l'11 titolare da squadra cinica e di nervi a squadra tecnica e di gioco. Le riserve sono rimaste inadeguate a certi livelli, e in alcuni ruoli c’è una transazione ancora in atto tra vecchi affidabili e giovani col piede caldo.

L’arrivo di Martinez, de Vrij e Asamoah più qualche altro piccolo colpo (e magari un nome di media caratura) puntella la squadra dando qualche rotazione in più per gestire il doppio impegno del prossimo anno.

Per la prima volta negli ultimi sei anni siamo arrivati al finale in crescendo, abbiamo un’inerzia favorevole che ci può portare in Champions, con un po' di patemi ma con fiducia. La gara col Cagliari ci dice questo, che l’Inter degli 11 titolari di ieri può schiacciare le piccole e giocarsela con le grandi: visto il calendario, che prevede l’unico big match con la Juve in casa, mentre la Lazio affronta Fiorentina, Torino, Atalanta e Sampdoria, ci possiamo credere.

Detti i problemi della rosa, cosa può fare il tecnico? O meglio, cosa ha sbagliato la dirigenza finora?

Ci siamo tutti concentrati sul trovare il "colpevole" del calo, sul capire chi tra Ausilio e Sabatini fa gli acquisti migliori, sul perché i cinesi non investono e via dicendo. La risposta è insieme semplice e complessa.

Spalletti ha fatto degli errori ma sta dimostrando in questi mesi dei pregi rispetto ai tecnici precedenti: è in corsa per l’obbiettivo a poche giornate dal termine, la squadra gioca finalmente bene, ha trovato un ruolo e rivalutato dei giocatori importanti. Soprattutto ha mantenuto il controllo sullo spogliatoio, non ci sono stati giocatori "contro" e anche nei momenti bui la squadra ha lottato. Questa è una cosa fondamentale nel valutare l’operato del tecnico.

Sabatini si è dimesso perché, per sua ammissione, non poteva fare il suo calcio, vendere dei big e migliorare la squadra. Abbiamo creduto che fosse qui per scovare i talenti migliori a poco prezzo, quando in realtà lui era venuto con l’idea di rinforzare l’Inter come ha rinforzato la Roma, vendendo e plus valendo i migliori per sostituirli con prospetti che insieme fossero migliori di chi va via. Sul risultato torneremo dopo, ma intanto vorrei dire che la grandezza dell’Inter, per nome storia e blasone, passa necessariamente dal tenere i migliori. L’Inter è un punto di arrivo come società, non di partenza né di transizione. Sabatini non ha potuto fare il suo gioco e se n è andato. Probabilmente al Real venderebbe Cr7 e comprerebbe un paio di buoni prospetti, magari il Real vincerebbe poi la Liga. Ma un Real che vende Ronaldo non è il Real, e Sabatini non ha posto in società di un certo tipo.

Ausilio è il trait d’union tra tre proprietà, mercati fallimentari e risultati pessimi. Però abbiamo visto come la squadra allestita non sia certo da ottavo posto. L’anno scorso è stato un fallimento, ma voluto da tutti, dai giocatori che hanno abbandonato deBoer e hanno mollato dopo il pareggio col Torino, alla dirigenza, che ha autorizzato l’uscita con infamia dall’Europa League e l’abbandono del piazzamento europeo. Ausilio magari sbaglia acquisti e spende male il budget ma fallire o comprare bidoni capita a tutti. Non sta lì il vero problema.

E qui torniamo a parlare di Roma, una squadra sempre arrivata in Champions, e che quest’anno É in semifinale e terza in campionato. Di chi è il merito? I giocatori sono stati portati compra-vendendo da Sabatini ma non sono certo giocatori da scudetto, né da semifinale di Champions. Salvo Dzeko ed Alisson, il resto è fuori da qualsiasi formazione da élite europea. Monchi ha ancora poco peso in questi risultati, Pallotta pensa più al budget in cui rientrare che ai risultati. Di Francesco è bravo ma ha avuto il tempo e la calma per ingranare il suo calcio nella squadra, ed è più adatto all’Europa che alle tonnare italiane.

Il merito della Roma quest’anno ha un nome e un cognome. É il dirigente invisibile che all’Inter manca. Quello che affonda le mani nel fango del campo da calcio. Francesco Totti.

Dopo il ritiro si è ironizzato che Totti fosse una specie di mascotte, che fosse inserito in società ma senza un vero ruolo non avendone le competenze.

Invece il ruolo che la Roma ha costruito per Totti è fondamentale, è la figura che sta tra il campo e la panchina.

Un esempio su tutti, a inizio anno Dzeko, che veniva da una Premier League vinta, esperienza internazionale, e che è il miglior giocatore della squadra, si lamenta che la posizione non gli piace e che farlo giocare in un certo modo è sbagliato. Di Francesco replica che Dzeko deve solo pensare a giocare e stare zitto. Sono scintille, ma poi lui torna a segnare ed entrambi si scusano.

Li viene svelato che qualsiasi problema abbiano i giocatori, passano da Totti, parlano con lui. Non esiste attrito con l’allenatore anche se è un giovane con poca esperienza, perché tutto viene mediato da un uomo di campo con una carriera alle spalle tale da poter farsi rispettare da chiunque calchi un campo di gioco. Uno Dzeko all’inizio può non ascoltare il piccolo Di Francesco, ma deve e può ascoltare Totti.

In questo modo l’allenatore può lavorare sereno, sul campo e sugli schemi, non deve fare da padre o da santone per adolescenti ribelli. Può guadagnarsi la fiducia dei giocatori attraverso un dirigente che sta sempre sul pezzo, che è a Trigoria ogni giorno, che ascolta e media ogni cosa continuamente.

Di solito è un ruolo svolto dall’allenatore, ma non sempre un nuovo tecnico ha il carisma il palmares o l’esperienza necessaria.

Non è un caso che i migliori risultati dell’Inter degli ultimi 6 anni vengano da Mancini e Spalletti, gente che ne ha viste e ne ha vinte, e non da Stramaccioni, DeBoer, Pioli, Mazzarri, gente che non ha l’autorità o il carisma necessari. 

Non è un caso che al Milan siano migliorati con Gattuso in panchina.

Il problema dell’Inter è questa figura, si è detto che i cinesi sono troppo distaccati per gestire la società o che manca la presenza di Steven Zhang o di Zhang senior.

In realtà io credo che si sia sbagliato ad assegnare il ruolo di Javier Zanetti. L’ex capitano è diventato, per indole o per scelta, la mascotte che si pensava sarebbe stato Totti. É vicepresidente ma senza alcun potere operativo, è poco presente con la squadra ed è il volto dell’Inter in giro per il mondo. Un ruolo che svolge benissimo ma che avrebbe dovuto rinviare almeno di una decina d’anni.

Dopo il ritiro Zanetti si è elevato staccandosi dal campo e dalla squadra, un’ascensione fulminea che però ha privato i giocatori del necessario raccordo tra campo e panchina, non attuato da allenatori giovani e poco carismatici. Forse Javier non è adatto o forse non gli manca il campo o la Pinetina come manca a Totti.

Rimane che il vero errore della proprietà o della dirigenza è non aver tenuto un ex giocatore che potesse indirizzare gli animi nei momenti di burrasca, che motivasse i Miranda o i Kondogbia indisciplinati nei momenti di crisi.

Sono fiero che a rappresentare l’Inter in giro per il mondo ci sia Javier, che non ci sia un Nedved In tribuna, che a insegnare non ci sia un Totti, ma avrei preferito che un Cambiasso, un Samuel, rimanessero vicini alla squadra titolare, assunti dalla presidenza o dalla dirigenza, invece che girare per le tv o a fare i vice in qualche squadra svizzera.

18/04/2018 Categories: InterInDeep Libero pensiero
©dopolavorointer.com
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