Il corner di TLC - L'importanza di chiamarsi Esteban

L'importanza di chiamarsi Esteban

a tale about love, hate and wisdom

 

Intelligenza.

Tattica.

Allenatore in campo.

Parole che ne hanno accompagnato la carriera.

E che carriera:

l'Argentino più vincente di ogni tempo, più di miti del calcio di ogni epoca, come Diego Maradona e Lionel Messi.

Arriva all'Inter nel 2004 e vince subito tutto:

una carrettata di scudetti, coppe, coppette, Champions League.

 

Cannibale.

 

Eletto a furor di popolo bandiera leggendaria dell'Inter,

al pari di quel Facchetti mancato troppo in fretta,

cui indossa, spesso e volentieri, la maglia con fierezza

e dell'ormai bicentenario collega ed amico,Javier.

Futuro da allenatore o dirigente,

punto di riferimento per compagni e tecnici,

che via via, nel corso degli anni, imparano a riconoscerne,

anche pubblicamente, le indiscutibili qualità.

 

Questa è storia.

O meglio.

Parte della storia.

 

Cominciamo dal principio:

 

Siamo nel 2010,(anche se i più critici, me compreso, sposterebbero la lancetta qualche anno più indietro),

dopo i grandi trionfi con Mancini e Mourinho

e l'indimenticata ed indimenticabile cavalcata del Treble,

qualcosa si incrina nel rapporto idilliaco tra il volante di Buenos Aires ed una parte del tifo neroazzurro.

 

Le performance sempre meno convincenti,

la staticità persistente in campo,

le voci di intromissioni a livello decisionale

e l'impressione che non sia più quel giocatore profondamente utile alla squadra, serpeggiano con timidezza nell'ambiente.

Un ambiente che continua comunque ad amarlo, forse all'eccesso, forse non rendendosi conto di quel che sta accadendo.

 

Purtroppo, per l'Inter e per Cambiasso, sarà solo l'inizio di due anni di passione sportiva, culminata con la sostituzione durante la partita casalinga contro il Catania, i relativi fischi e l'ormai tristemente famoso pianto.

 

Ricordo che rimasi emozionalmente coinvolto da quelle lacrime.

Provai una profonda sensazione di pena..dispiacere..e gioia.

Un mix contrastante, arduo da razionalizzare.

 

In fin dei conti, era ciò che desideravo :

vederlo sostituito, messo finalmente alla berlina,

fischiato, schernito da quel pubblico che a mio modo di vedere troppe volte ne aveva inneggiato le gesta senza motivo.

 

Eppure quella sera, qualcosa è cambiato.

E' strano come certe volte i percorsi, le idee, vadano in direzioni così bizzarramente opposte, salvo poi incontrarsi nuovamente, mentre ormai tutto volge al termine.

Me ne rendo conto solo oggi, quando, ripensando alla vittoria farraginosa conquistata poco fa a Torino, mi trovo sollevato per non aver assistito ad un'altra prova scadente del Cuchu ed addirittura divertito da quella pelata quasi-mobile per i primi 45 minuti, in un ruolo che per lui avrei auspicato già la scorsa estate, con Gasperini in panchina.

 

A Stramaccioni domando saggezza.

E non mi riferisco all'infelice aneddoto che vuole il presidente Moratti sempre al telefono con i nostri argentini:

saggezza nel gestirlo,

nel non farlo giocare ogni maledetta domenica,

nel rendersi conto che un tempo è il massimo che possa dare,

nel farlo tornare, da tassa e Vigilasso sopra la zollina,

quel giocatore che sapeva rendersi sempre utile alla squadra, anche part-time, anche se significasse impuntarsi e lasciarlo fuori qualche partita.

 

Nell'evitare, con risoluta fermezza, che una bandiera dell'Inter come Esteban, possa esser messa in ridicolo di nuovo da un Cannavaro brothers qualunque.

 

il viale del tramonto si percorre a piedi nudi

Elio

 

17/09/2012
©dopolavorointer.com
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